curiosxs

domingo, septiembre 30, 2012

L´esistenza precede l´essenza.

Desde Tierra Negra(C.R.A)














«L’esistenza precede l’essenza.»

                             – J.P. Sartre –


Cosa c’era prima e cosa c’era dopo? Voglio dire: perché il frattempo era solo una cosa che avveniva   nel mezzo del prima e del dopo?


Allora che ne sapevo che la parte più importante di ogni meta è il percorso. Ecco perché l’esperienza in sé era puramente istintiva e preda degli impulsi. L’Es aveva bisogno di attenzioni, e va bene.




Lasciai Berlino senza ponderare minimamente la possibilità di fermarmi un altro po’. Varsavia, dovevo raggiungere Varsavia. Infatti eccomi su un treno per Varsavia.
         
Avrei avuto bisogno di riposarmi le ossa, di fare un bagno, di dormire in un letto, di mangiare decentemente, di rilassarmi e riflettere. Tutto questo sarebbe prima o poi avvenuto, pensai frettolosamente, adesso dovevo solo sfuggire alle rigide maglie dei controllori tedeschi. Mi chiusi in un bagno, fumai una sigaretta, ero scomodo come un pesce su una tavola irregolare. Uscii da quel cesso e mi misi a sedere in uno scompartimento pieno di ragazzi.  

     

Si trattava di una combriccola di danesi, andavano in giro per i pub dell’Est, roba da The Tourists, fantasticai. Provai a trovar conforto in loro, insomma, girava alcol che manco nelle cantine di Portorico, poi erano allegri e ridevano un sacco e niente sembrava poter scalfire la loro scorza di spudorato fancazzismo


 una tenaglia mi si stringeva dentro e non ce la facevo a stare lì con loro; cento altre volte avrei stabilito va bene così, e mille altre volte avrei considerato il tutto come una figata, ma in quel momento gli avrei strappato via i crani dal collo e li avrei lanciati sui binari, magari assistendo al frantumo di cotanta materia, scattando una foto-ricordo.

Non sopportavo niente, non riuscivo a tollerare quell’aria, perdipiù mi era impossibile assegnarle un genere. Mi alzai, e lasciandoli di stucco che manco la lava a Pompei m’incamminai per il corridoio. Rientrai nel cesso e vi restai fino a quando non fu l’ora del confine con la Polonia.
                             


                                                                 


La morsa che mi stringeva lo stomaco era così forte che la sensazione che le interiora e il fegato si stessero sgretolando era raggelante.

Il vomito si doveva essere fermato da qualche parte, schiacciato dalla carne, a sua volta nella pressa. L’intestino si era ormai contorto, aggrovigliando in una confusa matassa tutto ciò che mi componeva. Tutto quello che avevo dentro stava implodendo.

Un sottile tormento interiore stava bussando nella pancia. Era lo stesso, sempre lui. Sempre quello che mi aveva accompagnato negli ultimi anni. A volte il fruscio dell’angoscia scuoteva lo scheletro della mia struttura, facendo crollare su se stesse le impalcature che la vita degli ultimi tempi mi aveva imposto e, in qualche modo, consigliato di improvvisare.


Ripiegando su se stessa, la mia struttura squagliava e sgretolava idee, convinzioni, certezze. Come se soffiasse dentro un tunnel buio e gelido, l’umido vento dell’inquietudine faceva tremare i sottili pali della luce coi quali avevo provato ad orientarmi negli abissi del mio Io.

                                                                 Vasco  Rossi
                                                                     escuhad el texto  con la  musica
                                                           
A volte dentro di sé fa così freddo che ci si scalda col fuoco delle illusioni. Nei rari momenti in cui riuscivo ad osservare la scena del mio penoso disastro interiore, con profonda vergogna e disumano dolore, scorgevo una cavità nella roccia, simile a quelle dei minatori; ora, non so come, ero lì dentro e tutto stava per saltare in aria.


 Non c’era rabbia capace di farmi reagire a quello sfacelo, non c’era moto che potesse combattere la mia tragedia, non v’era un istinto di conservazione o sopravvivenza adatto a far fronte a una tale catastrofe. Le crepe avevano continuato a svilupparsi su tutte quante le pareti, come un cancro che ti mangia da dentro. Tutto il castello si stava rovinosamente decomponendo, sfracellando ogni ornamento con la violenza tipica di chi non chiede.

Tutto quello che avevo fatto per fuggire lontano, sempre più lontano da quell’incubo sotterraneo, ora mi si stava rivoltando contro. Il marciapiede col quale avevo voluto seppellire la fogna stava marcendo da dentro, un buco si stava  formando intorno ai miei piedi, presto sarei stato inghiottito da me stesso.

 O da quella mostruosa creatura che avevo cercato di fuggire. Ma lei mi apparteneva, e io le appartenevo, eravamo due parti di uno, e ogni tanto anche le opposte facce della stessa medaglia debbono incontrarsi. L’ansia e il senso di colpa, la nausea e la stretta allo stomaco; la saliva amara che mi squamava la gola e la bile marcia che imputridiva l’ingranaggio contorto e usurato dell’autorisoluzione. Il sangue copriva ogni finestra e coagulava in ogni via di fuga, otturandola.









Restavo lì, né dentro né fuori, in mezzo al più intimo nulla. Vagavo, erravo nella melma, scacciato dalle rovine nelle quali con quale sicurezza mi celavo.                                                   Nudo nella piattaforma più gelida, dove non c’è inganno perché non c’è nulla, e il nulla non può essere ingannato. A piedi nudi nella sabbia del fato, solo la propria cupa e rigida desolazione. Nessun conforto, nessuna consolazione. Tuttalpiù, di tanto in tanto, un ghigno di disperazione proveniente da un orizzonte bugiardo.

Chi sono? Dove vado? Perché?  Domande che s’insinuano poiché un sottile chiodo rimane, piantato nelle travi spezzate. Ma domande alle quali non puoi rispondere. Resteranno, in quell’interminabile attimo di vita vera, eternamente irrisolte. E da solo vago, nella valle del biasimo, del rimpianto, del rammarico. Non c’è traccia di tutto ciò che si è frantumato, e non c’è sollievo né pena, ma solo una passiva rinuncia a rinunciare nuovamente. Non ce n’erano cuori che provavano tenerezza, né dolcezza, né riparo. Non c’è nessun conforto, quando sei laggiù, nel fondo. Puoi solo vagare alla cieca, là è tutto piatto, e se riesci a formulare un pensiero esso è dove cazzo lo trovo un appiglio per risalire ora? E sei fortunato se tutto non ti è crollato addosso, fracassando completamente la tua ragione.



Tuttalpiù, molti passi dopo, puoi avere l’accortezza di scorgere sguardi schivi, quelli di chi ha paura. E se non si tratta di uno specchio, bada bene di non chiedere nessun consiglio, quello è il sotterfugio di chi ha dovuto imparare a colpire per non essere colpito. E come può non trattarsi di uno specchio?

Quale biasimo per questo tormento, quale calore per questo arido, insignificante, leggero fuocherello? La cenere copre altra cenere, fino a formare densi cumuli di terra bruciata, di ossa bruciate, di cuori spolpati e poi dati alle fiamme. Dove lo spirito è annientato e qualsiasi sorriso vietato. Eternamente.

                                                                 foto de Daniel BauerBCN                                


A quel punto puoi solo vagare. E io vagavo, vagavo da sempre. E ogni volta, su quella terra                fredda e bruciata, allestivo una nuova impalcatura, provavo a comporre la sagoma di un’altra struttura, nella quale ripararmi e trarre conforto. I materiali che utilizzavo erano quelli che adoperavo nella corsa di tutti i giorni. Un giorno ancora, ancora uno ti prego. Non c’era nessun piano, l’importante era cercare di sopravvivere alle piogge.

 Ma quella volta l’acquazzone lo beccai in pieno, e non furono quattro gocce d’acqua ma un intenso temporale, quello che s’abbatté sulla mia povera e sciagurata catapecchia. Un uragano che raggiunge la spiaggia, spazzando via le capanne dei pescatori, ecco cos’era tutto ciò. Ma loro avevano una casa, io solo caos e disperazione.



La vita era una gran bastarda: mi aveva segnato, poi mi aveva insegnato, infine veniva a riprendersi il suo insegnamento. Lasciandomi lì, inerme, in tutte le direzioni nient’altro che il precipizio. Neanche una corda, nemmeno una fune, come un naufrago disperavo, ingoiando acqua che sapeva di merda, e l’unico dubbio che il vizio mi poteva proporre era affogo o muoio ingoiando tutta questa dannata merda? Poi la bastarda, quella vita bastarda che gioca con le ultime forze ti fa ridestare (le servi ancora – chiedersi a che cosa in quel momento è solo distruttivo), e come dopo un brutto sogno ti desti che sei tutto un casino, ma la differenza è che con il tuo cazzo di inconscio ci hai fatto i conti da sveglio e t’ha appena rivoltato come un calzino, e allora cosa fai, sei ancora – immeritatamente? – vivo, e non puoi che continuare a camminare, perché chi si ferma – qualcuno deve averti detto –, è perduto.  


                      
                     
Scesi la fermata dopo il confine, in faccia ero giallo e volevo solo vomitare, svuotare il corpo di tutta quella merda. Mi sembrava di aver buttato giù quintali di ruggine e sporcizia, mi sembrava di avere un cancro, da metafisico a materiale, e lo sentivo lì, dentro, e mi faceva venire le convulsioni. Fanculo, se questo è quello che vuoi.




foto de danielbauerbcn
Passi la maggior parte del tuo tempo a cercare di dare un senso alle cose, ti sfinisci dentro a domande che farebbero strippare chiunque, convinto che se ci provi andrà meglio, poi bum, la tempesta, il disastro, il crollo. E poi la nudità e la vergogna: tutto ha perso di significato. L’esistenza stessa annichilisce la tua ragione, spezza la tua razionalità, radendo a terra i tuoi sentimenti, frantumando la tua sensibilità. È l’esistenza della quale ami stupirti, che ti fa dire che sei solo un ridicolo bastardo, un altro povero idiota, così maledettamente inutile da non riuscire a trovare il tuo immeritato posto nel mondo. La stessa realtà che hai cercato di interpretare, con la quale hai tentato di realizzare almeno solo una briciola della torta della quale ti vuoi nutrire, ti sta dicendo ehi amico è ora che la finisci; e non puoi che essere un imbecille, un cazzone qualunque che per l’ennesima volta ha lasciato che lei ti seducesse e che poi, come l’ultima volta, ti abbandonasse a quella sporca miseria che di te stesso resta. Benvenuto nel mondo reale, piccolo bastardo, ti ripete. Ma non c’è poesia nelle sue parole, mai. Non c’è rima tra vivere e smarrirsi, perché tu, razza di idiota, di buono a nulla, non sei capace di vivere e quando ti smarrisci sei perso.




Il vuoto ti inghiotte e non c’è sudore né lacrima che lavino via il sapore della merda che devi mangiare, che lavino via lo sporco del fango che ti ostini a calpestare. Non c’è una direzione per tornare indietro, tutto scorre, e tu ne fai parte, che lo vuoi o meno, che ti piaccia oppure no. La tua anima è rimasta dannata e l’hai corrotta in uno spietato gioco alla ricerca della più banale, frivola e insignificante verità; l’unica che tu, inutile ritardato, sei in grado di sostenere. Anzi neanche, perché poi sotto il peso di essa piangi lacrime da vile coccodrillo. Almeno impara a sostenere la tua croce, idiota.



D’altronde la colpa è solo tua, inutile teppistello che non sei altro. Il peso che devi sopportare è quello che ti sei scelto, miserabile. Guardali, li vedi? Son tutti lì che se ne fregano se solo qui c’è tutto sto baccano, che gliene importa a loro se c’è veramente solo infinito silenzio in tutto il resto dell’Universo; loro se ne fregano, del resto, saperlo, cosa cambierebbe? Quale domanda, fra quelle che ti poni, cambierà le sorti se dovessi intuirne la risposta? Questo sei e questo resti. E ora levati dai piedi, incominci a darmi fastidio.


Questo genere di cose andavo ripetendomi; fu così che mi alzai e cominciai a vagare per le strade.


                              TEXTO POR:Fionda Anarquista(autor libertario  italiano)
           

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fotografia de:DanielBauer.com